Io ho il permesso di vivere

Il tuo bene è la condanna all’infelicità di qualcun altro. Per questo, verrai escluso e abbandonato dalla tua famiglia. Non c’è salvezza se non rispetti le regole.
Non c’è alcuna via d’uscita.

Non c’è nessuno, nella mia famiglia, che sia riuscito a fare ciò che voleva. Chiunque esprimesse un desiderio veniva perseguitato. Nel peggiore dei casi, la rovina altrui era la gioia di qualcun altro. Una promessa del calcio che finisce a fare il carabiniere. Deve dimostrare di essere l’uomo di famiglia. Un’amante della medicina che deve fare l’impiegata. Deve portare soldi a casa. Un’artista che viene convinta di non valere niente. Perché la storia non deve essere cambiata.
Ti hanno insegnato che non hai il permesso di vivere, fino a cancellarti la memoria e il desiderio. E se sai quello che vuoi, c’è una voce nel profondo che ti dice di distruggere tutto.

Questa narrazione ti viene cucita addosso come un cappotto pesante. Ti fa sentire profondamente solo. Il senso di colpa ti schiaccia. Il sacrificio per la famiglia viene elevato a virtù suprema.

Ho resistito per quarant’anni a questo incantesimo. La verità? Non è cambiato niente. Se resto sola, il risentimento ancora mi schiaccia.
Se resto sola, penso alle persone con sospetto.
Se resto sola, sono convinta che la rovina sia già compiuta quando inizio a fare qualcosa.

Il segnale gracchiante non si spegne. Fa una fiammata, l’audio si distorce e si sintonizza su un’altra frequenza. Te ne accorgi. Lo senti chiaramente. Non lo puoi spegnere evitandolo.
Lo devi riscrivere.
Devi fare un gesto di trasfigurazione mentale e letteraria. Riconoscere che non sei tu che vuoi fallire. Non spaventarti quando senti quel rumore. Non ci si salva con un’intuizione improvvisa. Non basta capire per guarire. È un lavoro di addestramento e di pazienza contadina. L’inconscio è un animale antico, analfabeto e metodico: risponde solo alla ripetizione, al ritmo, alla preghiera costante.

Per quarant’anni mi hanno recitato una liturgia di rovine, e io l’ho imparata a memoria senza accorgermene. L’ho mormorata ogni volta che volevo fare un passo avanti, ogni volta che mi si chiedeva di scegliere tra il mio desiderio e la loro pena.

Ora devo fare l’unica cosa che resta: impararmi da capo, come si impara una lingua straniera o un salmo antico. Ripetere la nuova formula all’infinito, a mezza voce, camminando per strada, la sera prima di dormire, finché la memoria del corpo non cede. Non si tratta di dimenticare il male. Si tratta di cantare un’altra canzone fino a quando il vecchio rumore di fondo non trova più spazio per risuonare.

Io sono chi osserva. Io sono chi rimane. Io ho il permesso di vivere.

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