Sulla fine delle illusioni familiari, il lutto per l’amore mai ricevuto e la vertigine improvvisa della libertà.

Sono tornata a casa, ho posato le valigie e sono piombata nel panico.

Mentre sistemavo i vestiti nell’armadio, ho sentito il cuore diventare un macigno, di colpo. Ora sono qui, distesa sul letto nell’oscurità della stanza, a cercare di decifrare quello che sta succedendo.

Thanks for reading! Subscribe for free to receive new posts and support my work.

Per cinquant’anni ho vissuto all’interno di una finzione. Ho avuto una sorella che ha eretto un muro tra me e mia madre, proibendole di volermi bene e fingendo di essere un’altra persona. Una recita durata mezzo secolo. Ora che ho tagliato ogni legame — capendo le dinamiche, sì, ma senza più giustificare nessuno — mi trovo in un territorio del tutto inesplorato. Per una vita intera sono stata definita come “niente”. E adesso che quel niente si è sgretolato, la sensazione è quasi spaventosa: posso essere qualsiasi cosa.

Stanotte ho pianto a lungo. Ho sognato di camminare dietro a mia madre e a mia sorella. Loro andavano avanti per strada e io le inseguivo, cercando di spiegare loro quanto male mi avessero fatto, gridando quanto avrei voluto la loro vicinanza, il loro affetto, la loro presenza. Non mi era mai capitato prima. Non avevo mai permesso a un dolore così immenso di salire così in alto, fino a sfiorare la superficie della coscienza. A dir la verità, non pensavo ci sarei riuscita.

Forse la vera liberazione non parte con un atto di forza, ma con questo crollo. Quando smetti di proteggerti dal dolore e lo lasci finalmente entrare, capisci che la casa in cui sei cresciuta non c’è più, ma che adesso la vita appartiene solo a te.

Lascia un commento