Se non ci fosse stata la letteratura, sarei impazzita. Ogni libro che ho letto è stato un’obiezione di coscienza: il rifiuto di prestare giuramento a una storia che non mi apparteneva. La letteratura è stata l’unico genitore onesto che io abbia mai avuto. Il dolore che ho provato crescendo è stato talmente brutale, talmente senza nome, che ogni parola che ho letto è servita a curarlo.
Oggi il mio sistema nervoso è un radar sempre acceso. È tarato sulla puzza del marcio. Sento l’odore del tradimento e del risentimento prima ancora che si manifesti. Scatta il terrore. Ho passato anni a decifrare il silenzio di mia madre, i passi di mio padre nel corridoio, le bugie di mia sorella. Dovevo proteggermi.
Ho imparato presto che il dolore è una moneta di scambio.
Viene usato da tante persone per manipolare, per ricattare. Per cercare cure e attenzioni che non sanno chiedere in altro modo. Viene usato come una frusta per punire chi prova a essere felice o chi, semplicemente, prova ad andarsene. Il dolore può essere un’arma di distruzione di massa dentro una stanza da letto.
Sei un’ingrata, mi hanno lanciato addosso. È la parola magica che usano quando smetti di essere specchio e inizi a essere un corpo estraneo. Ma ho capito una cosa, mentre guardavo le macchie di caffè sul pavimento e sentivo il ronzio delle cattiverie pronunciate a mezza voce nel corridoio. Provare dolore non mi rende malata.
Non mi rende cattiva.
Il mio dolore non è un’arma. Non è una richiesta di elemosina. Non è una recita per trattenere qualcuno. È solo la prova che sono viva.
Se lo provi, non sei un mostro. Sei solo un essere umano che ha smesso di recitare la tragedia di qualcun altro.
Anche se lo fa tremando.
Anche se lo fa da solo.
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