Non voglio essere qui

Il Natale è un grande esercizio collettivo di auto-sopportazione mascherata da tradizione.

È il periodo in cui una convenzione sociale prende il sopravvento sul buon senso: ci si siede a tavola con persone che non si sceglierebbe mai, si condividono ore con individui che durante l’anno si evitano attivamente, e tutto questo viene giustificato con una frase vuota e potentissima: “è normale”. Normale non perché sia sano, ma perché è ripetuto.

Il Natale sospende la verità delle relazioni. I conflitti non si risolvono, si mettono in pausa. Le antipatie non spariscono, si coprono con il galateo. L’ipocrisia viene premiata: sorridere è educazione, anche quando è una menzogna; tacere è maturità, anche quando è resa. Chi non partecipa viene percepito come problematico, non chi costringe tutti a partecipare.

Il Natale funziona perché promette qualcosa che non mantiene: la riconciliazione. In realtà offre solo una scenografia — luci, cibo, rituali — dietro cui nascondere fratture mai guarite. Per molti non è un momento di gioia, ma di resistenza: si conta il tempo, si misura lo sforzo, si aspetta che finisca.

E la cosa più crudele è che tutto questo viene chiamato amore. Quando in realtà è abitudine, pressione sociale e paura di dire: non voglio essere qui.

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