Il bene che conosce il male

Penso. Penso sempre.
A volte nemmeno me ne accorgo.
Sono lì, mentre faccio altro, e intanto la mia mente sta elaborando qualcosa.
Un pensiero che quasi non mi appartiene.
“Ah… era così? E quando avrei fatto questo ragionamento, esattamente?”
È sfiancante. Mi svuota. Ci sono dei giorni in cui mi addormento ovunque perché non ne posso più. Ma è come se avessi paura di perdere qualcosa di essenziale. Forse la mia umanità. Forse il fatto stesso di essere umana.

Sono tornata a casa nel primo pomeriggio. Da quel momento, non ho detto una parola.
Ora il sole sta tramontando. Nel frattempo ho camminato. Mi sono allenata. Ho cucinato. In questo periodo fatico a stare in mezzo alla gente. Mi arriva subito addosso l’odore stantio di qualcosa che nascondono. O che hanno nascosto così a lungo che ormai è marcito.

E allora penso. Guardarmi dentro è diventata una specie di compulsione. Guardarsi dentro è come restare svegli. Perché dentro c’è l’orrore e c’è la meraviglia. E una consapevolezza dura come pietra: che l’uno senza l’altra non può esistere.

Ti tengono sveglia, questi due. Come due figli indisciplinati.
E la letteratura, la poesia, la spiritualità —
ce lo dicono da sempre.

Se non conosci il tuo male, prima o poi ti sfonderà.
Se non conosci il tuo bene, dalle tue parole non nascerà mai nulla di buono.

Eppure è chiarissimo: facciamo finta che tutto vada bene.
Non perché ci sia il caos, ma perché è tutto sbagliato.
Ci siamo incollati addosso un’immagine lucida, pulita, che non ammette crepe.
Una realtà patinata, liscia come plastica, dove tutto è filtrato, curato, confezionato.
Ogni parola scelta. Ogni emozione levigata. Ogni difetto nascosto.
Sembra reale, ma non respira.
Non ha odore, non ha peso, non ha storia.
Ma sarebbe così liberatorio dire, semplicemente:
Non sono in grado di fare a meno di quella persona.
Non sono in grado di non farmi sfruttare al lavoro.
Non sono in grado di stare lontano dai social.
Non sono in grado di perdonarmi.

Non sono in grado di rinunciare alle mie debolezze, al mio ego.
No, Non sono in grado.

Ma “non sono in grado” non vuol dire che sia impossibile.
Vuol dire solo che serve qualcosa prima.

Serve il vuoto,
per poterlo poi riempire.
Serve tempo. Serve presenza.

3 risposte

  1. Avatar wwayne

    Il tuo post mi ha ispirato una domanda che spero non risulti indiscreta: di quali persone non sapresti fare a meno?

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    1. Avatar Parlarsi Addosso

      di tutte le persone

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      1. Avatar wwayne

        Ho dedicato un post a una persona di cui sono stato costretto a fare a meno: https://wwayne.wordpress.com/2024/07/14/io-e-valentina/. Cosa ne pensi della mia esperienza?

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