Te ne sei andata il 23 maggio. Eri nella tua casa.
Il dottore, poche ore prima, ti ha dato della morfina. Ha detto che mancava poco, voleva farti sognare. Gli è sembrata l’unica cosa giusta da fare, dopo tre anni di terapie.
Mi chiedo: mi hai sognato di nuovo? Mi hai cercata, in quel momento?
Hai desiderato di riavermi in un’altra vita? Se l’hai fatto… ti prego, non farlo.
Non desiderarmi di nuovo, mamma.
Non fare questo errore.
Non investire ancora tutto il tuo amore, tutta la tua vita, in un’altra persona.
Desidera te stessa. Fallo per una volta, anche solo nel ricordo, anche solo nell’eco di ciò che sei stata.
Tu meritavi molto più di quello che hai creduto di valere. Per tutta la vita ho sentito il peso della tua tristezza. Mi ha attraversato. Mi ha cambiata. Mi ha svilito e sfinito.
“Non servo più a niente” mi hai detto qualche mese fa, verso la fine.
Servire? Sono i servi che obbediscono.
Ho provato in tutti i modi ad indicarti un’altra direzione. Lo so, da qualche parte mi davi ragione, mi credevi.
Ma non ci sono riuscita.
E questo dolore — il sapere che non ho potuto salvarti da te stessa — mi brucia più della tua assenza.
Ma oggi voglio ricordarti oltre il sacrificio, oltre le ferite.
Voglio immaginarti finalmente leggera, capace di dire: sono io che mi basto, oggi.
Voglio che in qualche modo tu possa esistere, finalmente, per te.
E se proprio mi sognerai ancora,
lasciami stare accanto, non davanti.
Non come un obiettivo, ma come una compagna silenziosa, che ti guarda essere, finalmente, intera.
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