Io lo so come si fa a non essere niente.

Mi alzo dalla sedia. Cammino in corridoio. Torno alla mia postazione, mi alzo ancora. Non riesco a stare ferma.  Non voglio che succeda il peggio: lo sto sperando. Lo sto aspettando da mesi.
Io so come si fa ad essere niente. Me l’ha insegnato mia madre. E prima ancora mia nonna.
Come si fa? Resistendo. Senza mai dire basta. Non occupare spazio. Non avere voce. E io sto solo aspettando che arrivi il peggio per liberarmi. Non altre parole. Non altre persone. Ho nascosto una bottiglia di whiskey nell’armadietto. Mentre scrivo al computer so che è lì. Cosa sto facendo? Sto resistendo. Mi esercito a resistere, a non esistere. Vivo lì dentro. È buio, stretto, di ferro. Un anno fa, in piedi in quell’armadietto, ho quasi perso la vista. Tu lo sai che vuol dire non vedere più niente da un giorno all’altro?
Sì che lo sai. 

Quell’armadietto è identico a quello che stava nella mia stanza di ospedale.
Quella bottiglia non è solo alcol: è il mio pulsante di autodistruzione, che tengo nascosta per sentirmi almeno padrona della mia fine.
C’è qualcuno lì fuori che ha voglio di morire per me?
Un artista uomo è un eroe. Un’artista donna è una pazza. Ti chiamano disgraziata o ti chiudono in clinica.
Che mi importa? Io lo faccio lo stesso.
Sono già stata disgraziata. Sono già finita in una clinica.
Tu non scriverai nessun libro su di me, ma io lo farò lo stesso.

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