Cadere dalla stanchezza

Sono caduta a terra. Ho preso un autobus, una metro e ancora un autobus per tornare a casa. In piedi, di fronte alle porte centrali, aspettavo l’ultima fermata. Ho sentito la frenata. Sapevo che sarei caduta. Non so perché.

L’autobus si è scontrato con una macchina che ha cercato di superarlo. La frenata mi ha sbilanciata. Ho afferrato un sedile freddo e liscio. Il metallo era umido sotto le mani. Poi sono caduta. Il pavimento era duro e ghiacciato sulla pelle. Sapeva di polvere e gomma consumata.

Due donne si sono avvicinate e hanno continuato a chiedermi se stessi bene. Una aveva il profumo forte di un detergente, l’altra l’odore caldo della lana bagnata. Ripetevo che stavo bene, che non avevo bisogno di niente.

Io pensavo alla giornata che avevo trascorso, uguale a tutte le altre. Un’ora e mezza persa sui mezzi, lavoro, un’altra ora e mezza per tornare a casa. Non riuscivo ad alzarmi. Ci sono volute tre persone. Il conducente ha iniziato ad urlare che voleva portarmi a casa, e io sono quasi scappata.

Nessuno mi ha mai insegnato che posso fermarmi. A casa mia il riposo veniva punito, giudicato o ridicolizzato. Bisognava mentire, bisognava gettarsi nel nichilismo del nostro tempo. Negli ultimi anni ho fatto il triplo di quello che era umanamente sostenibile, senza una rete emotiva, senza riconoscimento, senza tregua.
Mia madre si è sempre ammazzata di lavoro. Mia nonna pretendeva.
Io ho imparato che valgo solo se tengo in piedi il mondo.
Ora sono qui, sdraiata. Non devo fare nulla, e per un attimo basta.

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