Parigi, o qualcosa di simile

Le luci soffuse delle finestre fanno attrito con il rosso acceso degli stop delle auto ferme al semaforo. Macchine, autobus e tram annunciano la partenza prendendo la rincorsa. 

Parigi ha il passo nervoso di chi parte, ma non sa restare lontano.

È una città che non concede tregua: appena la guardi, ti assorbe. Ti lascia credere che sei tu a muoverti, ma in realtà è lei che ti trascina, metro dopo metro, fino a quando ti accorgi di essere solo un’altra persona seduta a un tavolino, con il bicchiere a metà e lo sguardo altrove.

In questo periodo vorrei stare sempre per strada. Le stanze mi pesano, anche le più belle. Appena un luogo si chiude — con le sue regole, le sue abitudini, le frasi che si ripetono — mi sembra che qualcuno stia lì, pronto a saccheggiarmi. Non potrebbe essere altrimenti. Mi hanno insegnato questo: a lasciare entrare l’aria, a tenere una via di fuga aperta, a fingere che sia libertà.

Il freddo qui è accogliente, mai crudele. Ti costringe a muoverti, ma non ti punisce. Tutti sembrano sapere come vestirsi, e nessuno rinuncia a parlare con chi gli è accanto. Nessuno guarda il telefono. È come se le persone ricordassero ancora come si fa a esserci davvero.

Forse è questo che mi piace di Parigi: ti fa credere che stai scappando, ma in realtà ti sta trattenendo. Ti lascia sola, ma non ti abbandona.

Ti osserva mentre bevi, mentre fingi di non aspettare niente, e intanto ti insegna a restare sveglia.

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