Quando la cattiveria si traveste da buonsenso

Penso spesso a chi non viene visto.
A chi non viene capito nei propri talenti e nel modo di funzionare.
A chi viene allontanato o, peggio, ignorato, per colpa di una sofferenza che non si vede, ma è reale, tanto quanto un braccio rotto.

Negli ultimi tre giorni ho sentito tre frasi che mi sono rimaste addosso come una macchia:

  • Gli psichiatri rubano i soldi.
  • I depressi ci sguazzano nella depressione.
  • Le mamme della classe si sono unite contro un bambino con DSA.

C’è qualcosa di stonato in tutto questo e io non riesco a non pensarci. Non è solo la crudeltà. È la normalità con cui certe idee passano di bocca in bocca, come se fossero opinioni legittime, come se non facessero male a nessuno.
Ogni volta che qualcuno dice “gli psichiatri rubano i soldi”, in realtà sta dicendo: non voglio vedere la sofferenza mentale.
Perché se la vedi, se la prendi sul serio, devi anche accettare che non bastano la forza di volontà e una passeggiata all’aria aperta per uscirne. Devi accettare che ci sono persone che stanno male davvero, che hanno bisogno di aiuto. Che nelle stanze della loro mente funzionano orologi diversi.
Devi accettare che tu ci devi essere.
È più comodo credere che chi soffre lo faccia per scelta.
Così tu non c’entri niente.

Ma la verità è che la depressione non è un hobby, né una strategia per attirare l’attenzione. È un buco nero che ti risucchia. Chi ci è dentro spesso darebbe qualsiasi cosa per uscirne.
E gli psichiatri — quelli veri, quelli che si sporcano le mani ogni giorno — non rubano niente: cercano solo di restituirti un po’ di equilibrio, un po’ di luce.

Poi c’è la scuola.
Il posto dove si dovrebbe imparare a convivere con gli altri: è la prima palestra di esclusione.

Un bambino con DSA — Disturbo Specifico dell’Apprendimento — non è meno intelligente.
È uno che impara in modo diverso.
Ma nel giro di poche riunioni di classe, le mamme si uniscono. Non per aiutarlo, ma contro di lui.
Rallenta la classe.
Troppo irrequieto.

Quando è successo? Quando siamo diventati incapaci di sopportare la fragilità?

Fa impressione dirlo, ma succede. E succede più spesso di quanto si pensi.
Il branco si compatta, perché è sempre più facile trovare un capro espiatorio che farsi domande scomode.

Viviamo in una società che ti vuole performante, sorridente, risolto.
Se sei triste, infastidisci.
Se sei diverso, complichi.
E chi complica, va isolato.

Dietro l’odio per i malati di testa e il fastidio per i bambini difficili c’è la stessa paura: scoprire che anche noi potremmo stare male, fallire, non capire.
Per difenderci, puntiamo il dito.

Ma nessuno è al riparo.
La depressione non guarda il conto in banca.
Il DSA non chiede il permesso.
La vulnerabilità è umana, non un difetto da correggere.

Se una società ride di chi va dallo psichiatra e si coalizza contro un bambino che fatica a leggere, non è più sana.
È un posto dove l’empatia è fuori moda e la cattiveria si traveste da buonsenso.

Io non avevo nessuno, a parte chi calpestava qualsiasi cosa facessi.
E ho sempre pensato che, se fossi rimasta viva, in mia presenza nessuno avrebbe mai provato quello che ho provato io.

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