L’autoregolazione è un atto di ribellione.
In una società che glorifica il burnout.
La maggior parte del selfcare è solo un modo per sopravvivere al capitalismo:
un cerotto per continuare a sostenere ritmi disumani, non un reale processo di guarigione.
E lo stress cresce, perché non hai tempo di metterlo in pratica.
Compri un corso online e pensi che tutto possa cambiare. Alla seconda lezione hai già mollato. La meditazione non funziona. La sveglia non ha suonato. Tutti hanno il consiglio giusto da darti.
Tutti hanno una vita perfetta, tranne te.
Eppure è lì, ce l’abbiamo addosso.
Le sue parole sono comprensibili, cristalline.
I suoi messaggi: vere e proprie richieste di aiuto.
Io lo amo il mio corpo. L’ho ascoltato come si ascolta una guida spirituale, o un caregiver di cui ci si fida ciecamente. Si è fermato al posto mio, quando io non avevo altra scelta. Mi ha difesa nei momenti peggiori. Mi ha fatto venire l’orticaria — non in senso poetico: sono proprio finita, gonfia, al Pronto Soccorso — perché ero in un posto dove non volevo stare, con persone che non volevo vedere.
Mi ha costretto a letto perché rifiutava di prendere parte a una vita che non gli apparteneva: ora mi chiede solo di cercare.
Di fidarsi, come non ho mai fatto prima.
Di evitare come la peste l’assenza di autenticità.
La guarigione è disordinata: sono lacrime, conversazioni difficili con se stessi e gli altri, notti insonni.
Sembra impossibile da sopportare, è cruda.
Mai patinata.
Il dolore, il trauma, la disperazione, si annidano nel corpo. Sono incagliati in un muscolo della gamba che non riesce a fermarsi. In occhi che si appannano, che vedono male. Nel respiro corto e inutile.
Le lacrime escono quando vogliono,
come un bicchiere che cade,
una bottiglia che si frantuma,
una diga che cede.
Come se si rompesse qualcosa di profondo —
il nervo ottico,
il cervello.
Diamo un ultimo saluto al cervello.
E poi, nel silenzio, nella noia
qualcosa ricomincia a muoversi.
C’è un nuovo ritmo da imparare.
Non è forza, non è gioia: è solo vita che insiste.
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