Questo non fa male. Questo non fa male.

Non riesco a non sentire questo smarrimento da quando non ci sei più. Non riesco a non cadere nell’inganno dell’invidia: guardo gli altri e mi sembra che Dio abbia messo da parte tutte le benedizioni solo per loro. Con me sia stato avaro. E allora ritorna l’angoscia: i nervi intorno agli occhi pulsano, le labbra tremano, una lama si infila nella tempia destra.
Sembra che da un momento all’altro io possa perdere conoscenza.

In quel dolore ritrovo la tua stessa delusione.
La delusione che provavi ogni giorno verso un mondo che non capivi, che non accettavi. Tu volevi renderlo un posto migliore, e ci sei riuscita per chi ti stava vicino.
Fino allo sfinimento. Tranne che per te.
Sono delusa anche io, mamma. Sono delusa perché tutti non fanno altro che tradirsi e tradire, in una fuga continua da un centro che fa paura. Io non riesco ad accettare il fatto che tu non abbia avuto la possibilità di essere felice. E, sopratutto, libera. Che abbiano fatto di tutto per allontanarti da quel centro. “Mia madre mi ha usato” dicevi spesso prima di andartene, quando eri immobile nel letto, e non facevi altro che dormire o guardare la televisione.
“Mia madre mi ha usato, e io l’ho capito solo adesso.”

Io penso ogni secondo a te. Ti penso in quell’aula di una qualsiasi scuola elementare di Roma, forse con il grembiule, forse no. La maestra punisce un bambino, lo manda dietro la lavagna. Lui piange, e non smette. La lezione continua, ma lui non smette. Tu ti alzi, ti avvicini alla cattedra e le dici che basta così, che la punizione deve finire. La maestra non capisce, non ti accoglie. Tu senti tutta la paura e tutto il dispiacere di quel bambino bruciarti sulla pelle: te li carichi sulle spalle e li scarichi a calci sulle gambe della maestra. 

Non ricordo più quante volte mi hai raccontato di essere stata cacciata da scuola. Nessuno poteva dirti cosa fare, perché tu sapevi già tutto. E per questo te l’hanno fatta pagare. Eri uno specchio, mamma, e nessuno riusciva a guardarti senza cambiare. Stare accanto a te significava diventare diversi.
Migliori o peggiori era una loro scelta.

Un giorno qualcuno ha deciso che questa storia doveva finire. Che nessuno l’avrebbe mai scritta. Tu hai smesso di piangere. Di smaniare. Ti sei data solo il permesso di subire.
Davanti allo specchio ripetevi: “Questo non fa male, questo non fa male.”
E poi continuavi: “Io vivo per le mie figlie. Io vivo per la famiglia.
Io non esisto.”

E io ora sono qui, a scrivere queste parole che nessuno vuole leggere, che nessuno vuole ricordare. Ma lo faccio per te.

Perché tu esista ancora.

Lascia un commento