Sto quasi per inciampare nella corda che tiene la barca attaccata al molo, quando lui mi afferra per un braccio cercando di non farmi cadere.
“Ohh, scusa.”
“Scusa di cosa?”
“No, niente. Solo che ti stavo per cadere addosso.”
S’incammina davanti a me, gira un poco la testa all’indietro, quasi a chiedermi di seguirlo. Le spalle si sono leggermente incurvate in avanti, ma i passi sono sempre decisi. Quando cammino con qualcuno, sembra che io non riesca mai a raggiungerlo.
Si ferma davanti alla prima barca che ha un nome strano. Lo indica con la mano destra. “Non è male, Gelatina.”
“Dai, non si può sentire.”
Rideva sempre quando parlavo, diceva che ero la persona più divertente che avesse mai conosciuto.
“Perché mi hai chiesto di venire qui? Sono dieci anni che non ci vediamo.” Siamo fermi davanti ad una barca che si chiama Allergia. “Non pensi volessero scrivere Allegria?”
“Può darsi. Allora?”
Non rispondo subito. Il vento fa cigolare qualcosa.
“Non mi legge più nessuno. Quello che scrivo, intendo.”
“Non ti ha mai letto nessuno. Non sei mica famosa.” Ho l’impressione che si stia innervosendo, ma è solo un’impressione. Fa un respiro profondo. Sembra autentico. Ho paura che mi lascerà andare via, questa volta per sempre.
“Tu mi leggevi. E io volevo solo scrivere, e basta. Io non avevo nessun piano.”
“E non avevamo nessun piano.” sottolinea.
“Sai che la maggior parte delle volte non ti capivo? Ma era come starti vicino. Era come sentire come ti muoveva la testa.”
Ci giriamo quasi nello stesso istante, ma non ci guardiamo.
“È strano,” dico, “le cose che fai per farti sentire meno sola, diventano quelle che ti fanno sentire più distante da tutti.”
“Perché smetti di condividerle,” risponde. “E non perché non vuoi. Ma perché ti convinci che non importi a nessuno.”
Una barca più in là sbatte piano contro il molo. Il suono è quasi tenero, come una carezza distratta.
Lui si sfila il cappuccio, passa una mano tra i capelli come per sciogliere un pensiero, poi si strofina le dita sul mento, indeciso se parlare o no.
Io abbasso lo sguardo. Con la punta del piede disegno un mezzo cerchio sulla ruggine del pontile.
“Tu mi curavi.” dico piano, quasi più per me stessa.
“Non sapevo di farlo.”
“È quello il punto.”
Lui si gira di nuovo verso di me, questa volta davvero. Il viso più scavato, più stanco. Ma gli occhi, no. Gli occhi sono ancora quelli.
“Ci si può ancora curare, anche dopo tanto tempo?” chiedo.
“Credo di sì.
Ma solo se non si ha fretta. Solo se non si ha un piano.”
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