A vent’anni ti dicono di sistemarti, come un ninnolo messo lì a prendere polvere sopra un mobile. Di trovarti un posto nel mondo e starci, senza fare troppo rumore. Guai a chi si prende tempo, a chi si ferma a respirare o a capire chi è davvero. Ti etichettano come incerto, immaturo.
A trent’anni devi aver già fatto quasi tutto: se vivi ancora a casa con i tuoi genitori, sei uno sfigato. Come se la tua dignità dipendesse dal numero di contratti a tempo indeterminato o dai metri quadri in cui dormi.
A quarant’anni ti dicono di sbrigarti ad avere un figlio, perché è “l’unico amore vero” che conoscerai nella vita. Come se non si potesse amare profondamente in mille altri modi.
Come se la genitorialità fosse l’unico traguardo che dà valore alla tua esistenza.
Come se la vita non potesse avere senso se non ripetendo uno schema prestabilito.
A cinquanta ti fanno sentire inutile.
Ti sussurrano che ormai hai dato tutto quello che potevi dare,
che non sei più “al passo”, che sei fuori dal gioco.
Come se l’età cancellasse sogni, desideri, capacità.
E a sessanta?
Ti dicono che ormai è tardi per ricominciare.
Che certe cose non sono più “alla tua portata”.
Che è tempo di rassegnarsi, di accettare una lenta e silenziosa uscita di scena.
Ma nessuno — mai — ti dice: “Ascolta la tua voce.”
È quella, e solo quella, che può renderti davvero libera, a ogni età della tua vita.
E allora viene da chiedersi: chi le ha decise queste regole?
Chi ha deciso cosa è giusto e cosa no?
Chi ha deciso che dobbiamo vivere secondo un ordine preciso?
Forse chi vuole controllare.
Ma è il disordine, il caos, il cambiamento a farci vivere davvero.
Sono loro che ci rendono umani, e ci danno la forza di appartenere, con dignità, alla nostra specie.
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