Essere visibili, non essere la seconda scelta di qualcuno o qualcosa

Sono cresciuta ai margini, ma per molto tempo non sapevo nemmeno che si chiamassero così. Pensavo fosse normale sentirmi fuori posto, come se il mondo avesse un ritmo che io non riuscivo a seguire. Credevo che il disagio fosse parte dell’essere viva, che il senso di non appartenere fosse un dettaglio da tenere nascosto, come un difetto di fabbrica. Mi sentivo la seconda scelta, quando andava bene. Alessandra? Non capisce niente. Non sa fare niente. Lasciatela stare.
Poi ho capito che quella sensazione non era un’eccezione, ma una lingua. La mia lingua madre. Un codice silenzioso fatto di sguardi abbassati, parole trattenute, sogni scomodi. Una grammatica del vuoto che ho imparato a decifrare da sola, senza maestri.

Scrivo — non per spiegare, non per giustificarmi, e nemmeno per insegnare qualcosa. Scrivo per resistere. Per costruire una piccola tana in cui proteggere ciò che il rumore del mondo schiaccia: le ferite leggere ma profonde, le notti sbagliate in cui l’insonnia ha la voce dei ricordi, la rabbia che non ha mai trovato uno spazio sicuro in cui esprimersi. E quella vergogna sottile, che ti cresce dentro piano, e alla fine ti ruba anche le parole.


Mentre cammini, puoi confonderti. Puoi iniziare a credere che sei tu il problema. Che dovresti cambiare, smussarti, rimpicciolirti. Ma poi ti fermi, e ascolti. E se riesci a non voltarti dall’altra parte, trovi ancora qualcosa di tuo. Un punto fermo. Una crepa da cui entra luce.

Vengo da una cultura punk: niente fronzoli, niente menzogne eleganti. Solo carne viva, nervi scoperti, verità scomode. Il punk non è solo un’estetica o una musica, è una scelta di onestà brutale. Ma sotto quella corazza ruvida c’è sempre stata una bambina. Una che guardava gli altri ridere e si chiedeva com’era sentirsi parte. Ua che odiava le persone felici perché lei non riusciva ad esserlo. Una che non voleva molto — solo essere vista, anche solo per un attimo, per quello che era davvero. Senza dover recitare, senza dover chiedere scusa.

Non ho una missione definita. Non sono qui per convertire nessuno, per vendere ricette salvifiche o verità universali. Voglio solo parlare. Parlare a chi si sente un po’ perso, a chi si è sempre sentito troppo — troppo sensibile, troppo strano, troppo fuori posto. Voglio tendere la mano, non per tirare fuori, ma per dire: anche così vai bene.
Siamo più di quello che ci raccontano. Più delle etichette, delle diagnosi, dei giudizi affrettati.
Anche quando non ci crediamo, perché qualcuno ci ha convinto che non possiamo essere più di una seconda scelta.

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