Cinque minuti

Sono stata tutto il giorno a casa. Non volevo alzarmi dal letto. Il mondo là fuori inizia a sembrarmi spaventoso, e io non ho nessuna motivazione per affrontarlo.
Sento la testa pesante, gli occhi pieni di sonno.
Mi continuo a confrontare con gli altri. La loro vita è davvero migliore della mia? Forse. Io sono chiusa in casa da mesi, insieme a un sospiro che si fa sempre più lento. Quello che vedo sono mani troppo bianche, troppo magre. Pelle di bambina, liscia, setosa.
Mamma, come fai ad essere ancora così bella?
Tu l’hai sempre odiata la tua bellezza.
Ogni tanto mi fermo davanti alla porta e controllo che respiri ancora. Il petto si muove? Mi avvicino. Nessun movimento. Mi avvicino ancora un poco. Ecco, il colletto si alza e si abbassa. Allora è ancora qui. Sbuffa. Apre e chiude gli occhi. Respiro anche io.

Ho paura del dolore che proverò. Non riesco a passare più di cinque minuti accanto a lei. Le accarezzo la nuca, me ne vado. C’è una me stessa che non conosco che è pronta ad andare avanti. Che sa che questo è solo un passaggio. Ma ce ne è anche un’altra alla quale io non so dare nessuna spiegazione, troppo piccola per capire.

Il dolore serve per crescere, ma io non so se sia davvero giusto farglielo provare. Dovrei restarle accanto. Scappo. Torno. Non posso evitarlo. Ma posso restare, anche solo per cinque minuti.
Con me, con lei.

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